Emergenza Caritas Ambrosiana

ETIOPIA 

Nonostante l’accordo di pace del 2022, l’Etiopia continua a vivere una fase di forte instabilità politica e conflitti interni che alimentano sfollamenti e crisi umanitarie. Le tensioni nel Tigray e in altre regioni, unite a divisioni etniche e pressioni regionali, mantengono il paese in una situazione fragile.
Milioni di persone affrontano insicurezza alimentare e malnutrizione diffusa, aggravate dall’arrivo di rifugiati sudanesi e dalle conseguenze durature della guerra civile.

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Negli ultimi anni l’Etiopia sta attraversando una fase molto complessa della propria storia, segnata da cambiamenti politici profondi, tensioni regionali e numerosi conflitti interni. Dopo la fine della guerra civile nel Tigray, che ha visto contrapposti il Fronte di Liberazione Popolare del Tigré (FLPT) e il Governo Federale Etiope, sancita da un accordo di pace nel 2022, molti avevano sperato in un periodo di stabilità. Tuttavia, diverse promesse contenute nell’intesa sono rimaste in gran parte irrealizzate: le forze armate Federali non si sono ritirate completamente dalla regione occidentale del Tigray e molte questioni territoriali, in primis la contesa con lo stato di Amhara, sono ancora aperte e centinaia di migliaia di persone costrette a lasciare le proprie case non hanno potuto fare ritorno. A ciò si aggiunge la difficoltà di avviare un vero processo di riconciliazione e di giustizia sulle gravi violenze avvenute durante il conflitto.  La guerra ha causato un numero elevato di vittime — stimato in circa 500.000, lasciando segni profondi nella società. Nel 2025, secondo l’Agenzia Onu per i Rifugiati, il numero degli sfollati interni ha superato 1,8 milioni di persone.

Negli ultimi anni l’Etiopia sta attraversando una fase molto complessa della propria storia, segnata da cambiamenti politici profondi, tensioni regionali e numerosi conflitti interni. Dopo la fine della guerra civile nel Tigray, che ha visto contrapposti il Fronte di Liberazione Popolare del Tigré (FLPT) e il Governo Federale Etiope, sancita da un accordo di pace nel 2022, molti avevano sperato in un periodo di stabilità. Tuttavia, diverse promesse contenute nell’intesa sono rimaste in gran parte irrealizzate: le forze armate Federali non si sono ritirate completamente dalla regione occidentale del Tigray e molte questioni territoriali, in primis la contesa con lo stato di Amhara, sono ancora aperte e centinaia di migliaia di persone costrette a lasciare le proprie case non hanno potuto fare ritorno. A ciò si aggiunge la difficoltà di avviare un vero processo di riconciliazione e di giustizia sulle gravi violenze avvenute durante il conflitto.  La guerra ha causato un numero elevato di vittime — stimato in circa 500.000, lasciando segni profondi nella società. Nel 2025, secondo l’Agenzia Onu per i Rifugiati, il numero degli sfollati interni ha superato 1,8 milioni di persone.

Lo Stato del Tigray resta uno dei principali punti di tensione, al cui interno sono emerse divisioni politiche e militari che hanno indebolito ulteriormente una situazione già fragile, mentre altre aree del paese sono attraversate da scontri intra-regionali o contro il governo federale, con le operazioni militari che hanno talvolta coinvolto la popolazione civile. Più in generale, queste tensioni riflettono la difficile convivenza tra i numerosi gruppi etnici (più di 80), l’interferenza di paesi vicini (in particolare l’Eritrea) e il desiderio di gruppi locali o altri attori statali di sfruttare le risorse minerarie etiopi, in particolare l’oro.

Ai conflitti interni si somma l’emergenza umanitaria del vicino Sudan - l’Etiopia ha infatti accolto oltre 150mila profughi dal Sudan – nonché una grave situazione sul piano alimentare: il programma alimentare mondiale (WFP) stima infatti che il 55% di tutti i bambini al di sotto dei 5 anni sia malnutrito e che più di 10 milioni di persone soffrano la fame e siano malnutrite, specialmente nelle regioni maggiormente interessate dal conflitto.

Lo Stato del Tigray resta uno dei principali punti di tensione, al cui interno sono emerse divisioni politiche e militari che hanno indebolito ulteriormente una situazione già fragile, mentre altre aree del paese sono attraversate da scontri intra-regionali o contro il governo federale, con le operazioni militari che hanno talvolta coinvolto la popolazione civile. Più in generale, queste tensioni riflettono la difficile convivenza tra i numerosi gruppi etnici (più di 80), l’interferenza di paesi vicini (in particolare l’Eritrea) e il desiderio di gruppi locali o altri attori statali di sfruttare le risorse minerarie etiopi, in particolare l’oro.

Negli ultimi anni l’Etiopia sta attraversando una fase molto complessa della propria storia, segnata da cambiamenti politici profondi, tensioni regionali e numerosi conflitti interni. Dopo la fine della guerra civile nel Tigray, che ha visto contrapposti il Fronte di Liberazione Popolare del Tigré (FLPT) e il Governo Federale Etiope, sancita da un accordo di pace nel 2022, molti avevano sperato in un periodo di stabilità. Tuttavia, diverse promesse contenute nell’intesa sono rimaste in gran parte irrealizzate: le forze armate Federali non si sono ritirate completamente dalla regione occidentale del Tigray e molte questioni territoriali, in primis la contesa con lo stato di Amhara, sono ancora aperte e centinaia di migliaia di persone costrette a lasciare le proprie case non hanno potuto fare ritorno. A ciò si aggiunge la difficoltà di avviare un vero processo di riconciliazione e di giustizia sulle gravi violenze avvenute durante il conflitto.  La guerra ha causato un numero elevato di vittime — stimato in circa 500.000, lasciando segni profondi nella società. Nel 2025, secondo l’Agenzia Onu per i Rifugiati, il numero degli sfollati interni ha superato 1,8 milioni di persone.

Lo Stato del Tigray resta uno dei principali punti di tensione, al cui interno sono emerse divisioni politiche e militari che hanno indebolito ulteriormente una situazione già fragile, mentre altre aree del paese sono attraversate da scontri intra-regionali o contro il governo federale, con le operazioni militari che hanno talvolta coinvolto la popolazione civile. Più in generale, queste tensioni riflettono la difficile convivenza tra i numerosi gruppi etnici (più di 80), l’interferenza di paesi vicini (in particolare l’Eritrea) e il desiderio di gruppi locali o altri attori statali di sfruttare le risorse minerarie etiopi, in particolare l’oro.

Ai conflitti interni si somma l’emergenza umanitaria del vicino Sudan - l’Etiopia ha infatti accolto oltre 150mila profughi dal Sudan – nonché una grave situazione sul piano alimentare: il programma alimentare mondiale (WFP) stima infatti che il 55% di tutti i bambini al di sotto dei 5 anni sia malnutrito e che più di 10 milioni di persone soffrano la fame e siano malnutrite, specialmente nelle regioni maggiormente interessate dal conflitto.

Ai conflitti interni si somma l’emergenza umanitaria del vicino Sudan - l’Etiopia ha infatti accolto oltre 150mila profughi dal Sudan – nonché una grave situazione sul piano alimentare: il programma alimentare mondiale (WFP) stima infatti che il 55% di tutti i bambini al di sotto dei 5 anni sia malnutrito e che più di 10 milioni di persone soffrano la fame e siano malnutrite, specialmente nelle regioni maggiormente interessate dal conflitto.

SCHEDA PAESE

HAITI

Haiti attraversa una crisi umanitaria strutturale segnata da violenza diffusa, collasso istituzionale e grave insicurezza alimentare. Dopo l’assassinio del presidente Moïse nel 2021, le bande armate controllano ampie aree del Paese, causando sfollamenti e limitando l’accesso ai servizi essenziali. Catastrofi naturali e instabilità politica hanno aggravato una situazione già critica, con milioni di persone senza cibo, assistenza sanitaria ed educazione.
Donne e bambini risultano tra i più colpiti.

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Negli ultimi anni, Haiti ha vissuto una successione di shock (catastrofi naturali, instabilità sociopolitica, crescente violenza, insicurezza alimentare e sfollamenti interni) che hanno indebolito il paese.

Il vuoto istituzionale che si è venuto a creare dopo l’omicidio del Presidente Moise nel 2021 ha lasciato il paese sotto il totale controllo delle bande armate, accusate di stupri, saccheggi e rapimenti a scopo di ricatto, in particolare nella regione metropolitana di Port au-Prince. La cristallizzazione dell’instabilità socio-politica, amplificata dall’attuale insicurezza, ha causato il collasso delle autorità pubbliche e la totale assenza dello stato di diritto. Da un lato, provocando un aumento delle violenze, degli sfollamenti forzati e delle restrizioni alla mobilità, ostacolando anche l’accesso agli aiuti umanitari. Dall’altro lato, i servizi base come l’acqua, i servizi igienici e l’assistenza sanitaria sono venuti meno, esponendo i bambini e le famiglie a gravi rischi igienico-sanitari.

Il tasso di omicidi è aumentato del 20% rispetto al 2024 e più di 8.100 omicidi sono stati documentati nel periodo tra Gennaio e Novembre 2025, un numero che secondo le Nazioni Unite è sottostimato.

Nell’ottobre 2025, il passaggio dell’uragano Melissa ha aggravato ulteriormente la situazione. L’evento ha colpito aree già in crisi, dove si trovavano persone sfollate fuggite dalla violenza delle bande armate. Queste famiglie, insediatesi in zone rurali o costiere ad alta esposizione climatica, vivevano già in condizioni precarie prima dell’impatto del ciclone.

La popolazione sta dunque affrontando una crisi umanitaria strutturale, con carenze di ogni bene di prima necessità, ulteriormente acuita dalla chiusura dell’aeroporto della Capitale Port au Prince e delle frontiere terrestri con la vicina Repubblica Dominicana. Le Nazioni Unite stimano che 5,7 milioni di persone vivano in condizioni di insicurezza alimentare, con circa 2 milioni a livelli di emergenza. A settembre 2025, il numero stimato di sfollati interni ha raggiunto 1,4 milioni (12% della popolazione), con donne e bambini a essere le categorie più colpite. 

La violenza impedisce l’accesso ai servizi di base, costringendo centinaia di scuole a chiudere e gli ospedali della capitale a interrompere o ridurre i loro servizi cruciali a causa della mancanza di risorse e personale. Nell’anno scolastico 2024-25, 1600 scuole hanno dovuto chiudere a causa delle violenze e 1,5 milioni di persone mancano di accesso all’educazione.

MATERIALI DA SCARICARE

LIBANO

Il Libano è un Paese in una situazione di grave vulnerabilità derivante da più crisi protrattesi nel tempo. Il conflitto in corso, gli sfollamenti su larga scala, il collasso dei servizi di base e il peggioramento dell’insicurezza alimentare continuano a minacciare la vita e la dignità di milioni di persone. Il Paese rimane in uno stato di emergenza caratterizzato da una profonda stagnazione economica e da istituzioni indebolite, aggravato dall’instabilità regionale.

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Nonostante il cessate il fuoco del novembre 2024, le ostilità persistono, con ricorrenti violazioni militari israeliane attraverso attacchi aerei, bombardamenti e incursioni. Queste azioni continuano a destabilizzare le comunità e a ostacolare la ripresa della vita economica e civile, in particolare nelle aree già fragili e colpite dal conflitto. L’impatto sui civili rimane elevato: si stima che le vittime del conflitto siano state 17.000, di cui 4.000 morti, e anche i danni alle infrastrutture del paese sono stati ingenti.
Nel 2025 gli sfollati interni sono stati circa 82.000, mentre centinaia di migliaia di persone ritornate nel Paese dopo la fine delle ostilità fronteggiano gravi difficoltà dovute dal danneggiamento delle case e all’assenza dei servizi di base. D’altra parte, l’evoluzione della situazione in Siria ha ulteriormente aggravato la crisi: dal dicembre 2024, migliaia di rifugiati siriani sono entrati in Libano e molti hanno trovato riparo in rifugi collettivi o in insediamenti informali sovraffollati, con accesso limitato ad acqua, servizi igienico-sanitari e assistenza sanitaria. Queste dinamiche continuano a esercitare un’enorme pressione su già sovraccarichi sistemi umanitari libanesi, con bisogni che si prevede rimarranno elevati anche per tutto il 2026. Il sistema sanitario pubblico del Libano è stato gravemente indebolito da anni di declino economico e conflitti e sta subendo un ulteriore deterioramento. Non solo il conflitto ha causato numerose vittime civili provocando un aumento delle morti, dei casi di trauma e degli sfollamenti, ma la diffusa distruzione delle infrastrutture sanitarie, idriche e municipali ha fortemente compromesso l’erogazione dei servizi sanitari essenziali e aumentato il rischio di focolai epidemici. Il peggioramento delle condizioni economiche e di sicurezza ha ulteriormente aggravato la situazione. Secondo la Banca Mondiale, già prima del conflitto più del 70% della popolazione viveva in una condizione di povertà multidimensionale e il conflitto, secondo la stessa Istituzione, avrebbe avuto un costo di 8,5 miliardi di dollari (circa il 40% del PIL), provocando la perdita del lavoro a più di 160 mila persone.  Infine, le tensioni tra Israele e Hezbollah sono aumentate molto rapidamente a partire dal 2 marzo 2026, quando l’organizzazione sciita ha avviato attacchi missilistici contro Israele, che ha risposto immediatamente con ampie operazioni aeree nel Sud del Libano, nella Valle della Bekaa e nella periferia sud di Beirut. Subito si sono registrati morti, feriti e migliaia di persone sfollate. Si tratta di un’escalation ampia e violenta, che sta aggravando ulteriormente un panorama umanitario già estremamente fragile.

MYANMAR

Dopo il colpo di Stato militare del 2021, il Myanmar è precipitato in una guerra civile diffusa tra la giunta militare e le forze pro-democrazia ed etniche armate. Il conflitto ha causato decine di migliaia di vittime e milioni di sfollati, aggravando una crisi economica e umanitaria già profonda. Un devastante terremoto nel 2025 ha ulteriormente compromesso infrastrutture e servizi essenziali. Milioni di persone affrontano oggi fame acuta e accesso limitato agli aiuti umanitari.

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Il Myanmar sta vivendo una forte escalation del conflitto tra le Forze Armate del Myanmar e diverse organizzazioni armate etniche. Offensive militari in corso e scontri improvvisi hanno fatto aumentare rapidamente il numero di persone colpite dalla guerra e degli sfollati interni.

Le radici della crisi attuale sono profonde, ma l’escalation degli ultimi anni è da attribuire agli sviluppi politici recenti. Dopo la vittoria della Lega Nazionale per la Democrazia (LND) alle elezioni generali del novembre 2020, nel febbraio 2021 le forze armate hanno organizzato un colpo di Stato per destituire i vertici del governo democraticamente eletto.
La guerra etnico-civile, che non aveva mai completamente abbandonato il Paese, è così riesplosa con violenza. Da allora il conflitto non si è mai fermato e vede contrapposti la Forza di Difesa Popolare — ala armata del Governo di Unità Nazionale (NUG), nato nell’aprile 2021 dalla coalizione di funzionari deposti, gruppi etnici oppressi con i loro gruppi armati e manifestanti pro-democrazia — e la giunta militare.

A quasi cinque anni dal golpe, la guerra civile continua a imperversare e si stima che la giunta controlli soltanto il 21% del territorio nazionale. Il bilancio umano è drammatico: al primo gennaio 2026, secondo ACLED, circa 90mila persone sono state uccise a causa del conflitto.

Già prima di altri eventi recenti, il Myanmar affrontava una delle crisi umanitarie più complesse dell’area Asia-Pacifico. Il conflitto armato ha aggravato una situazione già fragile di instabilità politica, declino economico e inflazione, indebolendo ulteriormente la debole governance del paese e limitato anche l’accesso agli aiuti umanitari, soprattutto nelle zone più colpite dalla guerra. Le Nazioni Unite stimano che l’economia del Paese abbia perso quasi 100 miliardi di dollari dal 2021 e che il prodotto interno lordo non tornerà ai livelli precedenti alla pandemia ancora per diversi anni.

Le conseguenze sulla popolazione sono enormi. Nel 2025 si stima che circa 3,5 milioni di persone (in aumento) siano state sfollate internamente a causa del conflitto, costringendo sempre più famiglie a fuggire dalle proprie case e aggravando condizioni umanitarie già disperate. Considerando anche le aree di frontiera con i paesi vicini, secondo le Nazioni Unite il numero supera i 5 milioni.

La situazione è stata ulteriormente aggravata da una grave catastrofe naturale. Il 28 marzo 2025 un potente terremoto di magnitudo 7.7 ha colpito il Myanmar centrale, seguito da numerose forti scosse di assestamento, causando distruzioni diffuse in diverse regioni. Il disastro ha provocato più di 3.700 morti e 5.000 feriti, oltre a danni su larga scala a case, scuole, ospedali, edifici religiosi e infrastrutture pubbliche. Più di 17 milioni di persone vivono nelle aree colpite e circa 9 milioni sono state esposte alle scosse più violente. Le infrastrutture essenziali — tra cui acqua, elettricità e strutture sanitarie — sono state gravemente compromesse, interrompendo servizi fondamentali.

Anche la sicurezza alimentare è in peggioramento nel paese: secondo il Programma Alimentare Mondiale (WFP), oltre 12 milioni di persone in Myanmar affronteranno livelli acuti di fame nel 2026, e si prevede che un milione di persone raggiungerà livelli di emergenza tali da richiedere assistenza salvavita.

SCHEDA PAESE

PALESTINA

Dall’ottobre 2023, la guerra nella Striscia di Gaza ha generato una crisi umanitaria senza precedenti, con distruzioni diffuse, sfollamenti di massa e accesso estremamente limitato a beni essenziali. Milioni di civili vivono sotto assedio tra carestia, collasso sanitario e distruzione delle infrastrutture. Nonostante un fragile accordo di cessate il fuoco nel 2025, i bisogni umanitari restano enormi e la situazione rimane altamente instabile anche in Cisgiordania.

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È dal 7 ottobre 2023 che la Striscia di Gaza viene dilaniata dalla guerra. Una guerra che perdura da oltre settant’anni e che colpisce le popolazioni civili della Terra Santa. L’attacco terroristico compiuto da Hamas e la conseguente offensiva militare lanciata da Israele hanno generato nella Striscia di Gaza una crisi umanitaria di dimensioni catastrofiche. Gli attacchi aerei e le ostilità hanno causato una distruzione estesa e lo sfollamento di milioni di persone che vivono in una condizione di insicurezza sistematica dovuta alla perdita di un riparo, all’accesso gravemente limitato a cibo, acqua, assistenza sanitaria e altri servizi essenziali. Bambini, donne, anziani e persone con disabilità sono tra i più a rischio, privati della dignità e della protezione di base mentre lottano per sopravvivere.

Nel complesso si stima che più di 70.000 palestinesi siano stati uccisi, di cui oltre 20.000 bambini. 1,9 milioni di persone risultano sfollate, il 92% delle abitazioni è distrutto o gravemente danneggiato, così come il 61% degli ospedali.

A dicembre 2025 si registravano 641mila persone in stato di grave malnutrizione, di cui più di 132mila bambini.

Anche il sistema sanitario è al collasso: il 61% degli ospedali è stato distrutto o reso inutilizzabile e le poche strutture sanitarie funzionanti sono in condizioni di carenza cronica di medicinali e personale. Circa il 93% delle scuole è andato distrutto o è inutilizzabile, mentre una crisi ambientale e sanitaria in continua espansione – alimentata da acque reflue non trattate e dalla diffusione di malattie – peggiora ulteriormente le condizioni di vita. Si stima che più di 15,6 mila persone rischiano la vita per impossibilità di essere curati.

Anche in Cisgiordania la situazione rimane estremamente grave. Dal gennaio 2024, oltre 1.000 palestinesi sono stati uccisi, in un contesto di crescente violenza da parte dei coloni, incursioni militari e demolizioni di abitazioni e infrastrutture civili, con oltre 44.000 persone che risultano sfollate. Il tasso di disoccupazione ha superato il 35%, aggravando ulteriormente la crisi economica e sociale del territorio.

Il 10 ottobre 2025 è arrivato un primo apparente segnale di speranza con la firma dell’accordo sul cessate il fuoco per porre fine alla guerra e liberare prigionieri, detenuti e persone rapite. Se da un lato entrambe le parti hanno rilasciato alcuni prigionieri e il valico di Rafah (tra Gaza ed Egitto) ha riaperto parzialmente, l’accordo continua ad essere oggetto di ripetute violazioni e incertezze, che rendono la situazione fragile e i bisogni umanitari drammaticamente persistenti.

R.D. CONGO

Il conflitto nell’est della Repubblica Democratica del Congo ha provocato una delle più gravi crisi umanitarie al mondo, con milioni di sfollati e violenze diffuse nelle province del Nord e Sud Kivu e dell’Ituri. L’avanzata dei gruppi ribelli e la conquista di città strategiche hanno intensificato combattimenti e insicurezza, ostacolando gli aiuti umanitari. Nonostante accordi di pace regionali, gli scontri continuano e milioni di persone affrontano livelli critici di insicurezza alimentare.

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Il conflitto in corso in Repubblica Democratica del Congo, che colpisce in particolare la parte est del paese nelle province del Nord e del Sud Kivu e dell’Ituri, ha provocato una grave crisi umanitaria ed è il risultato della contrapposizione tra l’esercito congolese – il quale si è avvalso anche di numerose milizie presenti nella regione  – e una coalizione di due movimenti ribelli, l’Alliance du Fleuve Congo (AFC) e il Mouvement du 23 mars (M23), quest’ultimo sostenuto dal confinante Ruanda.
I primi combattimenti sono iniziati nel marzo 2022 e sono sfociati in un vero e proprio conflitto all’inizio del 2025. Sul piano internazionale, il governo ha inizialmente fatto appello alla Comunità dell’Africa Orientale (EAC), la quale ha inviato truppe nel Nord Kivu per fermare l’avanzata dei ribelli. Successivamente, il governo è stato costretto a congedare questa forza e si è rivolto alla Comunità per lo Sviluppo dell’Africa Australe (SADC), che ha anch’essa dispiegato truppe nella RDC.

Nel frattempo, la ribellione ha continuato ad avanzare fino a raggiungere le città di Goma e Bukavu, cadute rispettivamente il 28 gennaio e il 16 febbraio 2025. Questa avanzata ha provocato le più gravi conseguenze umanitarie dall’inizio degli scontri. Gli abitanti delle regioni conquistate in precedenza, infatti, sono fuggiti in massa dai combattimenti per stabilirsi a Goma, dove si sono contate fino a 643.364 persone sfollate. La presa di Goma è stata anche per questo particolarmente brutale e mortale: si stima che i morti siano stati 4.000 e i feriti più di 5.500.

I magazzini e le strutture di alcune organizzazioni, così come le attività commerciali, sono stati saccheggiati dalla popolazione e gli scontri hanno inoltre comportato la chiusura degli aeroporti internazionali di Goma e Bukavu, entrambi crocevia di transito per operatori e aiuti umanitari.

La presa delle città di Goma e Bukavu è stata seguita dalla chiusura dei campi per sfollati su richiesta dei ribelli e ha obbligato decine di migliaia di persone sfollate a tornare nei propri villaggi, dove non hanno né campi, né riserve di cibo, né beni essenziali. Molte famiglie hanno trovato le case distrutte dalla guerra, altre le hanno trovate occupate.

Con il dilagare dei combattimenti, si è verificata una grande diffusione di armi e munizioni nelle città di Goma e Bukavu e nella regione, un aspetto che limita seriamente gli spostamenti degli operatori umanitari e accresce ulteriormente l’insicurezza della regione.

Nonostante il 27 giugno a Washington sia stato firmato un accordo di pace tra RD Congo e Ruanda con la mediazione degli Stati Uniti - che mirano allo sfruttamento delle terre rare congolesi - e del Qatar, le violenze e gli scontri non si sono fermati. Al contrario, le Nazioni Unite riportano di un’intensificazione dei combattimenti nei territori di Uvira, Fizi, Walungu, Kalehe e Kabare.

Nel frattempo, la situazione umanitaria è peggiorata costantemente, con conseguenze anche per i paesi vicini come il Burundi, dove sono stati registrati oltre 100.000 rifugiati congolesi.

Complessivamente, secondo le stime dell’Ufficio di Coordinamento degli Affari Umanitari delle Nazioni Unite, sono stati più di 5,3 milioni gli sfollati nel 2025, di cui più di 3,6 milioni nelle province orientali del Nord Kivu, Sud Kivu e Ituri.

Il Programma Alimentare Mondiale prevede che entro l'inizio del 2026 un totale di 26,6 milioni di persone in tutto il Paese dovranno affrontare livelli di insicurezza alimentare critici o peggiori.

Emergenza siria

SIRIA

Dopo la caduta del regime di Assad, la Siria attraversa una delicata transizione politica in un contesto ancora segnato da una grave crisi umanitaria. Oltre un decennio di guerra ha lasciato milioni di sfollati, economia al collasso e larga dipendenza dagli aiuti internazionali. Le ostilità persistenti e i tagli ai finanziamenti umanitari continuano a limitare l’accesso ai servizi essenziali. Nonostante il cambiamento politico, i bisogni della popolazione restano estremamente elevati.

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In Siria è un corso una profonda transizione politica a seguito della caduta del regime e dal perdurare della crisi umanitaria e delle tensioni interne. Il Paese è entrato in una nuova fase della sua storia, ma le difficoltà per la popolazione restano enormi. Per oltre cinquant’anni la Siria è stata governata dalla famiglia Al-Assad, quasi quattordici dei quali trascorsi nel vortice di una guerra civile. Questo lungo periodo di potere è stato spazzato via in pochi giorni, quando il 27 novembre i ribelli siriani – guidati dal movimento jihadista Hayat Tahrir al-Sham (HTS), capeggiato dal leader Ahmed al-Sharaa, divenuto poi Presidente – hanno lanciato una rapida e travolgente offensiva contro il governo di Bashar Al-Assad, salito al potere nel 2000 alla morte del padre Hafez Al-Assad. Nella notte tra il 7 e l’8 dicembre, gli insorti hanno dichiarato di aver preso il controllo della capitale Damasco, mentre si diffondevano notizie della fuga del presidente Assad. La caduta del regime, impensabile fino a poche settimane prima, ha aperto una nuova fase per la Siria e per l’intera regione, rappresentando una vera rivoluzione negli equilibri politici della regione.

Tuttavia, la transizione politica avviene in un contesto drammatico sotto il profilo economico e umanitario che dura ormai da oltre un decennio. Nonostante l’aumento della violenza e il peggioramento della situazione umanitaria, la risposta della comunità internazionale ai numerosi bisogni del Paese rimane debole. Le ostilità continue nelle regioni settentrionali e meridionali e, più recentemente, nell’area costiera, continuano a generare nuovi bisogni tra la popolazione. Secondo le Nazioni Unite, 16,5 milioni di persone necessitano di assistenza, e oltre il 70% della popolazione dipende ancora da qualche forma di aiuto umanitario.

Il numero di sfollati interni ha raggiunto i 7 milioni, mentre oltre 4 milioni sono rifugiate nei Paesi vicini: queste cifre sono sì frutto di 13 anni di guerra civile, ma hanno vissuto una rapida crescita in particolare dopo il rovesciamento del governo alla fine del 2024 e l’escalation del conflitto in Libano. La crisi alimentare è altresì grave: secondo il Programma Alimentare Mondiale, più di 9 milioni di persone soffrono di insicurezza alimentare acuta e la malnutrizione materna e acuta tra i bambini sotto i cinque anni hanno raggiunto le soglie di emergenza. Intanto, l’economia siriana continua a crollare: negli ultimi tre anni il costo della vita è triplicato e il salario minimo consente di acquistare solo un quinto del cibo necessario a una famiglia e appena un decimo dei beni essenziali.

Sul fronte della sicurezza la situazione rimane volatile in tutto il Paese, comprese le aree a sud, con incidenti armati sporadici che limitano l’accesso degli operatori umanitari e mettono a rischio la protezione dei civili. I tagli ai finanziamenti internazionali, che coinvolgono tutte le principali organizzazioni umanitarie internazionali a partire dalle agenzie delle Nazioni Unite, hanno aggravato ulteriormente il quadro: ospedali, centri comunitari e spazi sicuri per donne e ragazze sono stati chiusi, aumentando, tra gli altri, il rischio di violenze di genere. Nonostante l’inizio di una nuova era politica, la Siria rimane quindi intrappolata in una crisi complessa, dove le speranze di cambiamento si scontrano con una realtà umanitaria ancora profondamente critica.

SCHEDA PAESE

SOMALIA

La Somalia continua a vivere una crisi umanitaria cronica alimentata da conflitti armati, terrorismo, tensioni claniche e shock climatici ricorrenti. Violenza, inondazioni e insicurezza alimentare causano sfollamenti di massa e colpiscono in particolare bambini e donne. Il sistema sanitario fragile fatica a rispondere a epidemie e malnutrizione diffusa. Milioni di persone necessitano assistenza umanitaria in uno dei contesti più vulnerabili al mondo.

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La Somalia è da più di trent’anni vittima di conflitti interni e di una frammentazione sociale e istituzionale che la classificano come uno stato in ricostruzione il cui governo controlla solo una parte limitata del Paese. Le condizioni socio-economico-climatiche del paese determinano una permanente situazione di crisi umanitaria tra le più complesse al mondo, in cui i conflitti interni e gli shock climatici provocano sfollamenti continui vanificando gli sforzi di sviluppo del Paese. Sono i conflitti, in particolare, la principale determinante dei bisogni umanitari della popolazione somala: alle violenze diffuse derivanti dagli attacchi commessi dai gruppi terroristici di matrice islamista quali al-Shabaab e Daesh/Isis si aggiungono quelle provocate dalle operazioni militari del governo somalo, spesso in violazione del diritto internazionale, nonché quelle derivanti dai conflitti tra clan, che causano centinaia di vittime civili ogni anno. Secondo le Nazioni Unite, tutte le parti in causa hanno commesso violenze sessuali contro donne e ragazze e abusi diffusi contro i bambini. La Somalia, inoltre, vive una situazione di tensione interna dovuta anche ai rapporti con il Somaliland – uno Stato autoproclamatosi indipendente nel 1991 e mai riconosciuto dalla Somalia, che invece lo considera come una propria regione interna.
La questione non riguarda solo i rapporti interni allo stato somalo, ma anche quelli tra gli stati della regione medio-orientale e del Mar Rosso - Golfo di Aden. È il caso, per esempio, dell’Etiopia – con cui il Somaliland ha firmato un memorandum of understading che prevede, tra le altre cose, l’accesso al mare per l’Etiopia tramite il territorio del Somaliland – e Israele, primo Stato a riconoscere lo Stato del Somaliland alla fine del 2025. Alle violenze si sono aggiunte anche le piogge che nel 2025 hanno causato violente inondazioni, causando lo sfollamento di milioni di persone. Secondo l’Agenzia Onu per i Rifugiati, quasi 3,5 milioni di persone erano sfollate internamente nel 2025, 3,4 milioni di persone affrontano alti livelli di insicurezza alimentare acuta, 1,7 milioni i bambini sotto i 5 anni che soffrono di malnutrizione acuta (di cui più di 450.000 soffrono di malnutrizione grave). Secondo le autorità somale, più di 4,6 milioni di persone sono state afflitte dalle inondazioni, in particolare nelle regioni di Galgaduud and Mudugt.

Il fragile sistema sanitario della Somalia è sottoposto a un'enorme pressione, poiché lo scarso accesso all'acqua potabile e gli sfollamenti causati dalla siccità hanno innescato un'ondata di malattie prevenibili solo con i vaccini quali epidemie di colera e altre malattie, colpendo l'elevato numero di bambini del Paese. La capacità di risposta del sistema sanitario è gravemente ostacolata da una cronica carenza di finanziamenti e da interruzioni logistiche, che lasciano lacune critiche nell'assistenza sanitaria. L'impatto combinato dell'accesso limitato all'assistenza sanitaria e dell'aumento del carico di malattie rappresenta una minaccia immediata per la vita, in particolare, dei bambini malnutriti e delle donne incinte.

SUDAN

Dal 2023 il Sudan è devastato dalla guerra tra esercito regolare e forze paramilitari, generando quella che è oggi considerata la peggiore crisi umanitaria al mondo. Milioni di persone sono sfollate, la carestia colpisce vaste aree e il sistema sanitario è quasi completamente collassato. Violenza diffusa, insicurezza alimentare e gravi abusi contro civili, donne e minori aggravano una situazione già estremamente fragile. Oltre 30 milioni di persone necessitano assistenza umanitaria urgente.

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Il Sudan sta attraversando uno dei periodi più difficili della sua storia moderna per effetto del conflitto in corso tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) e le Forze di Supporto Rapido (RSF) paramilitari (sostenute dagli Emirati Arabi Uniti) che sta gettando il Paese sempre più nel caos.
La guerra, scoppiata nell'aprile 2023, ha devastato le comunità, causato milioni di sfollati e aggravato una crisi umanitaria già grave. La crisi infatti si sta verificando in un contesto di estrema vulnerabilità economico-sociale e ambientale, poiché il Sudan rimane altamente suscettibile agli impatti dei cambiamenti climatici e delle catastrofi.  La crisi che colpisce il Sudan è la peggiore crisi umanitaria attualmente in corso sul pianeta.
Su una popolazione di 47,5 milioni di abitanti, 12 milioni sono sfollati, di cui più di 4 milioni fuggiti nei paesi confinanti. Si aggiungono ai più di 150.000 morti e all’80% delle strutture sanitarie del paese fuori uso, mentre la carestia è stata dichiarata in almeno 12 aree del paese ad agosto 2025. E poi le violenze dilaganti sui civili, i minori uccisi, violentati o reclutati dalle milizie, il sostanziale blocco delle attività economiche e in particolare l’interruzione delle attività agricole nelle zone fertili del paese, con conseguenti scarsità di cibo, impennata dei prezzi, rischi di carestia. Complessivamente, nel paese 30,4 milioni di persone necessitano di assistenza umanitaria.
La guerra ha generato effetti nei paesi confinanti: il Ciad ha accolto oltre un milione di persone, mentre sono più di 1,2 milioni i profughi che si sono rifugiati in Sud Sudan. L’Egitto ha ricevuto ad oggi 1,5 milioni di profughi, l’Etiopia ne ha accolti più di 150 mila, quasi 45 mila sono fuggiti in Repubblica Centrafricana e più di 320 mila in Libia.  La catastrofe umanitaria è totale: la carestia è stata dichiarata in almeno 12 aree del paese, in particolare in quelle colpite dal conflitto, e secondo il programma alimentare mondiale più di 21 milioni di sudanesi (41% della popolazione) si trovano in condizioni di grave insicurezza alimentare. In totale, 3,7 milioni di bambini e madri incinta sono malnutriti. Anche le strutture sanitarie sono al collasso: l’80% delle strutture non è più operativo nelle regioni di Al Jazirah, Kordofan, Blue Nile, Darfur, Khartoum, mentre nel resto del paese il dato scende al 45%. Oltre il 60% degli impianti di trattamento delle acque è fuori servizio, 2 sudanesi su 3 sono senza servizi sanitari. Il conflitto reca con sé molte forme di violenza:12,1 milioni di donne sono oggi ad alto rischio di violenza legata al genere, con le violenze che vengono esercitate mediante attraverso stupri, matrimoni forzati, schiavitù sessuale, traffico di donne e bambine, arruolamento di minori.

UCRAINA

A quattro anni dall’invasione su larga scala russa, l’Ucraina rimane uno dei contesti umanitari più complessi al mondo, segnato da attacchi continui contro civili e infrastrutture essenziali. Milioni di persone sono sfollate e oltre un terzo della popolazione necessita assistenza umanitaria. L’intensificazione degli attacchi nel 2025–2026 contro il sistema energetico, ha aggravato le condizioni di vita, causando interruzioni prolungate di elettricità, acqua e riscaldamento.

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A quattro anni dall’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte della Federazione Russa, l’Ucraina resta uno degli scenari umanitari più complessi al mondo, aggravato dai continui attacchi contro i civili e le infrastrutture civili critiche, da sfollamenti ricorrenti e dal degrado sistemico dei servizi essenziali. Nel 2026 la risposta umanitaria resta ampia e complessa: l’Ufficio per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) stima 12,7 milioni di persone in bisogno (circa il 36% della popolazione), con esigenze più acute nelle regioni orientali e meridionali esposte a ostilità regolari e danni alle infrastrutture civili. Il numero di sfollati interni, secondo l’Agenzia Onu per i Rifugiati si aggira intorno ai 3,75 milioni, mentre il numero di persone che si sono rifugiate nei Paesi europei a fine 2025 è di circa 4,35 persone. Complessivamente, si stima che più di 6 milioni di ucraini siano fuggiti dal Paese in seguito allo scoppio della guerra nel 2022. Secondo la Missione di monitoraggio dei diritti umani delle Nazioni Unite in Ucraina (HRMMU), il 2025 è stato l'anno più letale per i civili in Ucraina dal 2022. L'HRMMU ha verificato che il conflitto ha causato la morte di 2.514 civili e il ferimento di 12.142, un numero superiore del 31% rispetto al 2024 e del 70% rispetto al 2023. La stragrande maggioranza delle vittime verificate nel 2025 si trovava nel territorio controllato dal governo Ucraino a causa di attacchi lanciati dalle forze armate russe (il 97%; 2.395 morti e 11.751 feriti).
Il 63% (9.253) di tutte le vittime nel 2025 si è verificato nelle aree vicine al fronte e le persone anziane sono state particolarmente colpite (oltre il 45% dei civili uccisi), in quanto costituiscono una parte significativa di coloro che sono rimasti nei villaggi sulla prima linea.
Le vittime civili causate dai droni a corto raggio sono aumentate del 120% nel 2025, con 577 vittime e 3.288 feriti. Un massiccio aumento dell'uso di armi a lungo raggio da parte delle forze armate russe a partire da giugno 2025 ha causato anche un aumento dei danni ai civili nei centri urbani dell'Ucraina. Attacchi regolari, notturni e della durata di ore, con centinaia di armi hanno ucciso e ferito civili, distrutto proprietà e infrastrutture civili e creato ansia in tutto il Paese.
Le armi a lungo raggio hanno causato il 35% delle vittime civili in Ucraina nel 2025, con un aumento del 65% di morti e feriti rispetto al 2024.
Nell'ottobre 2025, le forze armate russe hanno ripreso attacchi coordinati su larga scala contro gli impianti energetici in tutto il paese, causando interruzioni di corrente di emergenza e interruzioni programmate in tutto il paese.
La ripresa degli attacchi alle infrastrutture energetiche a livello nazionale si è verificata parallelamente a continui attacchi specifici a livello regionale. Ad esempio, la regione di Odessa è stata tra le aree più colpite a dicembre 2025, subendo ripetuti attacchi che hanno provocato prolungate interruzioni di corrente in diverse città. Queste interruzioni, durate diversi giorni, hanno colpito gravemente i residenti, in particolare le persone in situazioni vulnerabili, interrompendo l'accesso a elettricità, acqua e riscaldamento, oltre a limitare la possibilità di conservare e preparare cibo e di utilizzare gli ascensori negli edifici a più piani.
Gli attacchi alle infrastrutture energetiche sono continuati anche con l’anno nuovo, causando prolungate interruzioni di corrente durante il brusco calo delle temperature nel gennaio 2026.

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